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Per la prima volta mi sono fermata. Ho guardato la mia immagine riflessa nella finestra della cucina. E come sempre quando ho una tazza di caffè in mano, sono arrivati tutti i ricordi, i traslochi, le cene, i compagni di scuola…. tutti. Non riconoscevo più quella ragazza nel riflesso. Senza un piano, senza un progetto. Persa. Con i soldi per un biglietto di solo andata, sono partita. Lasciando ogni cosa nel mio paese, a casa. Chi mi ha lasciata in aeroporto mi ha detto che avevo gli occhi di chi non sarebbe mai più tornata. E non sono più tornata. Questa è la storia che ho bisogno di scrivere per raccontare veramente cosa ho fatto per amore.
Sono arrivata a Londra senza soldi, senza sapere la lingua e senza un lavoro. Con una idea in testa: volevo cucinare, non mi importava dove, volevo imparare a cucinare. Esistono cose poco romantiche quando si arriva in un nuovo stato con l’intenzione di rimanerci stabilmente. Cose tipo il codice fiscale e documenti per il medico. Ci sono gli uffici per l’immigrazione e attese infinite in posti affollatissimi. Poi la banca e l’agenzia immobiliare per una casa, che poi ovviamente sarà una stanza. Microscopica. In zona 3.

Sono capitata nella cucina di James quasi per sbaglio, nemmeno ci volevo andare al colloquio. Avevo paura. Un vero chef e una vera cucina mi aspettavano a Piccadilly Circus. Nonostante il mio inglese da prima elementare, nonostante il mio curriculum, James è diventato il mio Headchef. Da lì sarebbe cambiata ogni cosa.
I primi giorni sono stati un incubo, tonnellate di piatti da lavare e mai una volta che capissi al primo colpo cosa mi stessero dicendo, o anche solo se stessero parlando con me. Piangevo alla fine di ogni servizio, con quella opprimente sensazione di non essere all’altezza, di aver sbagliato tutto. Di nuovo. Avevo in mente solo la voce del mio professore del liceo che prediceva il mio fallimento lavorativo a soli quindici anni. Non ho nemmeno idea di come facessi ad alzarmi dal letto: turni da undici ore e notti fatte solo da quattro ore di sonno. Arrivavo un ora prima per dimostrare che, anche se non ero in grado nemmeno di lavare i piatti, volevo davvero stare in quella cucina. Era l’unico posto in cui io mi sia mai sentita a casa sul serio, come se fra fish butter e coslow ci fossi nata. Poi un giorno la sua voce per la prima volta ha pronunciato il mio nome. Una pronuncia orrenda, un suono bellissimo. Cercava solo la frusta, ma mai mi aveva rivolto la parola, ne era capitato prima che fossimo in turno insieme. Da quel giorno ho smesso di essere quella nuova e sono diventata Lulu.
Continuando a non capire nulla di inglese stavo attenta a cosa di cui nemmeno sapevo l’esistenza, come ai movimenti delle mani o l’inclinazione delle sopracciglia durante una conversazione.
Non so perchè ho cominciato a guardare i suoi occhi. C’era qualcosa di triste nelle iridi, qualcosa di doloroso ed i sorrisi erano sempre meno frequenti. Così un giorno:

“Chef mi piace quando vedo il sorriso sul tuo volto.”
“Tu hai notato il mio sorriso più in fretta di chiunque altro, lo so.”

Mi sono immediatamente sentita in colpa, con Marco.
Non sapevo ancora cosa avevo fatto, ma qualcosa avevo combinato.

Marco, il primo uomo che io abbia mai amato nella mia vita. Mi aveva lasciato in aeroporto con il magone, come se già sapesse che sarebbe stato il nostro ultimo abbraccio. Lui che mi conosce meglio di me. Lui a cui ho spezzato il cuore ripetendomi che lo stavo facendo per noi, ma era solo per me stessa. Marco a cui ho dovuto dire con una telefonata che James era entrato nel mio cuore e che non c’era più posto per lui.
Ha fatto ogni genere di cosa per me, solo per vedermi felice e con lui ho imparato ad amare come fanno gli adulti. Vorrei vendere un immagine di me migliore, una in cui ne esco un po’ meglio, ma la verità è che ho smesso di amarlo molti anni prima e ho silenziato la mia coscienza nella convinzione che se avessi insistito, prima o poi, saremmo tornati come sette anni fa. Quando aspettavamo l’alba con i polmoni pieni di erba e il cuore pieno di amore. Quell’amore di quando si ha vent’anni. Travolgente, leggero, a cui non importa di quello che sarebbe venuto dopo. Ho lasciato Milano per raggiungerlo a Parma. Piangevo sui cartoni del trasloco, odio I traslochi. Mi sembra di non riuscire mai a mettere le radici da qualche parte. A trent’anni ho bisogno di fermarmi, ne ho davvero bisogno. Li vedo i miei coetanei, quelli che hanno avviato una carriera, che si sposano e stanno pensando ad avere dei figli. Io invece ho lasciato l’uomo che avrei dovuto sposare, la casa in cui vivevamo e il mio mio fantastico lavoro, per questo amore incondizionato per il cibo. Per smettere di inseguire il sogno e farlo mio. Senza nemmeno capire cosa avevo distrutto dietro di me. –


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